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Baarìa: nella storia della sinistra italiana, la chiave per la sinistra di domani PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco   

Sono un socialista e sono un bagherese.
Ho visto il film di Tornatore e poi ho letto i vari commenti lasciati sulla rete da compagni con qualche capello bianco e un po’ di storia sulle spalle: con rammarico, leggendo quelle aspre parole ho pensato con amarezza, che per quello che avevo visto io, costoro non avevano capito un granché, né del film, né del messaggio che il regista attraverso questo ha lanciato anche alla politica.
Forse i miei occhiali sono più puliti da rancori retrospettivi che molti, ancora, non riescono – o non vogliono – eliminare.

Allora, è bene analizzare questo film in alcune scene, messe sotto attacco:
partendo dalla definizione di “riformista” che il padre – al figlio accusato di essere uno “sporco riformista” durante un collettivo studentesco - traduce letteralmente così: “Riformista è chi sa che a sbattere la testa contro il muro, è 'a testa ca si rumpi e no 'u muru...Riformista è chi vuole cambiare il mondo per mezzo del buon senso, senza tagghiari testi a nuddu...”: una definizione che alcuni, forse per la scarsa familiarità col dialetto baariòto hanno travisato nel suo opposto contrario.

Per continuare poi con l’inesistente livore che Tornatore avrebbe riservato nei rapporti del PCI verso il PSI: eccezion fatta per quella breve scena in cui si descrive il passaggio di un compagno al PSI, compagno che per il protagonista rimarrà tale e per cui non proverà mai rancore.

E in tutto questo baillame polemico, si dimenticano invece delle pagine molto belle in cui si raccontano le grandi lotte comuni di Socialisti e Comunisti in Sicilia per la liberazione delle terre: l'incontro a Corleone tra i compagni comunisti e i socialisti di Placido Rizzotto (che poi verrà citato - tra le vittime di mafia - insieme al "compagno" Salvatore Carnevale, al segretario della Confederterra ed esponente socialista Calogero Cangialosi, al presidente della Camera del lavoro di Sciacca Accursio Miraglia, al socialista e riformista Epifanio Li Puma).

La lezione – ahimè incompresa - di Tornatore invita ancora una volta all’unità delle sinistre ed alla sintesi, opposta all’autoreferenzialità ed all’isolamento politico, ancor prima che identitario.
Dispiace dirlo, ma non basta un garofano appuntato al petto per essere socialisti, come non serve a certi socialisti perseverare in questo atteggiamento da vittime di una storia di cui oggi – se avessero agito con maggiore unione e meno protagonismi da prime donne – avrebbero potuto essere i degni protagonisti.
Con Sinistra e Libertà, senza Sinistra e Libertà, i socialisti, in generale i riformisti, devono tornare con forza e determinazione all’interno del dibattito politico, devono tornare a difendere i lavoratori (soprattutto quelli che il lavoro non ce l’hanno o hanno un lavoro precario o ancora quelli che perdono la vita, lavorando), gli studenti che hanno una scuola che ogni anno perde punti in termini di competitività internazionale, merito e qualità, i cittadini tutti, soprattutto quelli più minacciati da violenza e indifferenza: donne, anziani, omosessuali e transessuali, diversamente abili.
Tornare a proporre modelli di sviluppo attenti alla salute della nostra Terra e di chi la abita.
Se un partito dietro al simbolo non ha nulla, se non il ricordo di una bella storia, quel partito non serve proprio ad un bel niente! Se invece a prescindere da simboli, storie, sigle, c’è prima di tutto un impegno sentito e partecipato per trasformare l’Italia senza “tagghiari testi a nuddu”, ma impegnandosi in prima persona, io non ho dubbi: quel partito, sarà il mio partito!

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